Il 24 giugno la Camera dei Deputati inizia a discutere una mozione che chiede la cancellazione della partecipazione italiana al programma dei cacciabombardieri F-35 Joint Strike Fighter, firmata da 158 parlamentari.
In un momento in cui la classe politica non gode di grande stima da parte di una buona parte dei cittadini, come dimostra anche il livello di astensione dal voto registrato nelle più recenti tornate elettorali, un voto sfavorevole ad una tale mozione renderebbe ancora più profondo l’abisso che intercorre tra i bisogni del paese e un ceto politico che dovrebbe rappresentare tali bisogni.
Se infatti l’Italia si liberasse da questo impegno, i miliardi che si risparmierebbero potrebbero essere utilizzati per dare risorse a ciò che realmente interessa il paese, cioè lavoro, salute, istruzione, stato sociale. Spendere più di 50 miliardi per il programma F-35 sarebbe un vero e proprio schiaffo a ciò che chiedono i cittadini per superare la crisi economico-sociale attuale.

Sottolineiamo inoltre, in quanto umanisti, la necessità di bloccare un programma che minerebbe il processo di pacificazione e di disarmo che ogni paese del mondo dovrebbe decidersi, il prima possibile, a mettere seriamente in atto. Gli F-35 sono infatti degli aerei di attacco, in grado trasportare ordigni nucleari.
Come si concilierebbe la dotazione di aerei di attacco con la Costituzione in cui si recita che l’Italia è un paese che ripudia la guerra?
Non sarebbe quanto meno incoerente aumentare la presenza di armi nucleari sul territorio di un paese che ha sempre detto no persino alla costruzione di centrali nucleari?

In conclusione, l’annullamento della partecipazione dell’Italia al programma F-35 sarebbe non solo un atto di realismo in un momento di profonda crisi socio-economica, ma anche un segno di speranza per un futuro senza guerre e senza violenza.  

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