Con la legge finanziaria 2006 è stato più che triplicato il "regalo" dell'attuale governo alle scuole private: 157 milioni di euro rispetto ai 50 milioni stanziati nella finanziaria 2005.

Mentre vengono tagliati fondi agli enti locali che non riescono, in molti casi, neanche a far fronte alle esigenze di edilizia scolastica pubblica, il governo foraggia in modo consistente l'istruzione privata. Tutto questo in piena contraddizione con l'articolo 33 della Costituzione italiana: "Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato".

Vengono tagliate le spese per le supplenze brevi, per l'offerta formativa e per l'aggiornamento dei docenti e, proprio grazie a questi tagli, il governo può stanziare maggiori finanziamenti in favore delle famiglie che iscrivono i figli alle scuole private. Intanto in Italia esiste una drammatica emergenza istruzione: il 66% degli italiani ha un titolo di studio dalla terza media in giù, solo il 10% possiede una laurea a fronte del 21% in Europa, solo il 70% dei ragazzi consegue il diploma della secondaria superiore a fronte del 90% europeo. Come se non bastasse i libri aumentano del 2,4% alle medie e del 6,5% alle superiori.

I problemi non finiscono qui: con una circolare del Ministero dell'Istruzione si sancisce che "il mancato rispetto degli obblighi contrattuali non costituisce motivo di revoca del beneficio della parità". In altre parole le scuole paritarie sono autorizzate ad assumere personale docente anche in forme diverse da quelle del contratto a tempo determinato, ovvero non c'è più l'obbligo di applicare i contratti nazionali di lavoro.

Mentre tutti i cittadini si vedono scippare altri soldi per finanziare le scuole private, il quadro generale della scuola pubblica è sconfortante: tagli di risorse alla scuola pubblica, riduzione del tempo a scuola con la cancellazione del tempo prolungato e del tempo pieno. Gli edifici scolastici restano fatiscenti e senza certificazione di sicurezza in tanta parte del paese. Il costo dei libri di testo rasenta l'assurdo. Aumenta il numero degli studenti e paradossalmente diminuisce quello degli insegnanti.

Dopo la riforma Moratti, con l'ultima finanziaria le scuole prendono sempre più le sembianze di aziende e il sapere si sta progressivamente riducendo a merce. Va avanti il tentativo di imporre il modello berlusconiano alla società italiana, dove tutto si può vendere e tutto si può comprare, in piena coerenza con il neoliberismo mondiale più aggressivo. I danni maggiori di questo modello sono a carico del diritto ad una scuola laica e pubblica e del diritto ad insegnare nell'esercizio della propria libertà intellettuale e di coscienza.

Ma i problemi che stiamo evidenziando sono la conseguenza di atti legislativi del governo precedente di centrosinistra, come d'altronde è successo per altre normative dell'attuale governo. La strada verso questo sfacelo è stata aperta dalla legge del 10 Marzo 2000, n. 62 "Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all'istruzione". In questa legge, in particolare, si stanziavano, a favore delle famiglie che volevano iscrivere i propri figli alle scuole private, 250 miliardi di lire per l'anno 2000 e 300 per l'anno 2001.

L'approvazione di quella legge costituì una tappa importante nel percorso verso la privatizzazione dei servizi pubblici, lo smantellamento della scuola pubblica, verso quel falso federalismo che dovrebbe portare il sistema formativo nelle braccia del mercato, così come sta già avvenendo per sanità, trasporti e previdenza. In altre parole, oltre ad essere stato l'ennesimo favore concesso al Vaticano, visto che la maggioranza delle scuole private è a gestione cattolica, quella legge segnò una rottura nella concezione dell'educazione come servizio pubblico a favore della collettività.

Gli umanisti, come tanti italiani, credono fermamente che un paese moderno debba garantire una scuola di alto livello, aperta a tutti e soprattutto laica. Questo non significa necessariamente statalizzazione, ma è necessario lottare affinché venga garantita la natura pubblica della formazione, non assoggettata a quegli interessi privati, religiosi, ideologici, mercantili, che cancellano la libertà di insegnamento dei docenti e il diritto allo studio degli studenti.
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