Ancora una volta, per la 94ma volta dalla sua prima istituzione nel 1919, il 4 novembre si svolgeranno in tutto il paese le cerimonie per ricordare il 4 novembre 1918, data in cui finì la prima guerra mondiale con la cosiddetta vittoria dell’Italia.
Il contesto storico e politico in cui nacque questa “festa” era molto diverso da quello attuale in cui nella coscienza collettiva è ormai profondamente radicato il rifiuto della guerra come metodo per risolvere i conflitti. Eppure ancora oggi, a quasi cento anni di distanza, è prevista sul calendario questa giornata di celebrazioni dal sapore inequivocabilmente militarista. Nonostante sia considerata anche “giornata dell’unità nazionale”, il 4 novembre è ancora e soprattutto la “giornata delle forze armate” e come tale viene concepita. Come si spiegherebbero altrimenti le parate militari con grande sfoggio di armi di tutti i tipi, divise, berretti, stivaloni e saluti tipo marionetta?

La data del 4 novembre dovrebbe essere considerata una giornata della memoria, per non dimenticare che quella guerra fu voluta, come tutte le guerre, dal grande capitale, che accumulò immensi profitti provenienti dalle commesse di guerra. Profitti così enormi che fu istituita anche una commissione d’inchiesta parlamentare, che ovviamente fu sciolta dal regime fascista, anch’esso agli ordini del grande capitale, prima che si facesse luce su quel grande affare fatto sulle pelle di 650mila italiani, soprattutto contadini strappati dal loro lavoro nei campi per morire in nome della patria.
Ecco cosa fu quella guerra.
Ecco cosa sono, anche oggi, le guerre.
Ecco quello che sempre saranno le guerre.

Oggi si parla molto meno di “patria” quando si mandano altri giovani a morire con un fucile in mano. Oggi si parla di “missioni di pace”, ma la sostanza non cambia: oggi come ieri i governi sono ancora al servizio del grande capitale e quindi non riescono a rinunciare all’uso delle armi per risolvere i conflitti.
Che venga istituita, al posto della “giornata delle forze armate”, la “Giornata del ripudio della guerra”, in cui non vengano più esposte divise militari e armi, ma si propugni la chiusura delle fabbriche di armi, la distruzioni di tutte quelle già fabbricate e l’eliminazione della guerra come strumento di risoluzione di tutti i conflitti.

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