Il progetto del ministero della Salute che intende cambiare le modalità con cui i cittadini dovrebbero pagare le prestazioni sanitarie presenta due caratteristiche: non ci meraviglia e non ci piace affatto.
Non è una rivoluzione, come si vorrebbe far credere, ma, al contrario, risulta in piena continuità con le politiche degli ultimi governi, che hanno preso di mira la sanità per cancellare pian piano il fondamentale diritto alla salute di tutti.

Il sistema previsto dall’attuale ministero è tanto semplice quanto perverso: i ticket scompaiono e tutti pagano interamente le prestazioni di cui hanno bisogno per curarsi fino ad una certa quota, decisa in base al reddito, superata la quale lo Stato paga le prestazioni successive.
Certo, i ticket sarebbero dovuto scomparire comunque, secondo il nostro punto di vista, ma non sostituiti da un altro modo di pagare ciò che non andrebbe pagato, cioè il diritto alla salute. Altrimenti perché dovremmo pagare le tasse se non ci viene nemmeno assicurata la possibilità di curarci quando ci ammaliamo?
Se i soldi provenienti dalla fiscalità non bastano per rispondere alla necessità primarie dei cittadini, la soluzione non è far pagare loro due volte, una volta con le tasse e l’altra con il ticket o con la franchigia con cui ora il governo vuole sostituire i ticket. La soluzione sta nell’evitare gli enormi sprechi che la sanità pubblica continua a pagare per soddisfare gli interessi privati di chi specula sulla salute dei cittadini.
Poteva mai mancare, inoltre, l’ennesimo vantaggio economico che deriverebbe per la sanità privata da questa proposta? Perché, per esempio, un pensionato che deve urgentemente eseguire un esame diagnostico si dovrebbe rivolgere alla sua ASL, dove potrebbe attendere anche mesi prima di eseguire quell’esame, se può, allo stesso prezzo, rivolgersi ad una struttura privata aspettando solo qualche giorno? Fino a quando sarà costretto a pagare per intero le prestazioni di cui ha bisogno, cioè fino a quando non raggiungerà il limite massimo della sua franchigia, si rivolgerà alla sanità privata, la quale vedrà come d’incanto scoppiare di soldi i propri portafogli già belli gonfi.

No, non ci siamo proprio. Per noi la repubblica italiana ha un obbligo fondamentale: tutelare la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, nel rispetto della dignità della persona umana. Un servizio sanitario deve espletare le sue funzioni e le sue attività al fine di promuovere, mantenere e recuperare la salute fisica e psichica di tutta la popolazione senza distinzione di condizioni individuali o sociali e secondo modalità che assicurino l’eguaglianza dei cittadini nei confronti del servizio.
Non siamo noi a dirlo, ma l’articolo 1 della legge che ha istituito nel 1978 il Servizio Sanitario Nazionale e che aveva quattro principi informatori, questi sì rivoluzionari rispetto al passato: la globalità delle prestazioni, l’eguaglianza di trattamento, l’universalità dei destinatari, il rispetto della dignità e della libertà della persona umana. Da molti anni è in corso l’azione di smantellamento di questo servizio e quest’ultima proposta del ministero della Salute va nella stessa direzione.
Invitiamo sin da adesso a respingere questo nuovo attacco alla nostra salute e alla nostra dignità e a riformare il servizio sanitario al fine di recuperare i principi informatori dell’unica vera riforma sanitaria degna di questo nome, la legge 833 del 1978.

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