Roma 6 maggio 2012 - di Carlo Olivieri

Ormai l’instabilità e il disorientamento dominano la nostra società. Non poteva essere diversamente vista la velocità con cui il mondo sta mutando e visto, soprattutto, che le cose in cui si credeva fino a qualche anno fa non hanno più ragione di essere sostenute.
La maggioranza delle persone si sente insicura e vulnerabile. Di fronte alle difficoltà sempre più spesso sorgono sentimenti come lo spavento, la tristezza o il senso di inutilità. Oggi, come non mai, abbiamo paura di perdere il lavoro o di non trovarlo mai, di restare senza soldi, di essere abbandonati. Tali esperienze affettive, proprio nell’attuale contesto storico-sociale, sono condivise da sempre più larghe fasce della popolazione. E il mondo della politica non ne è immune.

Il caso dell’Italia rappresenta l’esempio paradigmatico di tale condizione. Le menzogne raccontate in vent’anni di berlusconismo non bastavano più a placare il senso di insicurezza dilagante ma, invece di cambiare la direzione e l’atteggiamento che avevano portato un ridicolo imbonitore al vertice del governo di questo paese, si è preferito continuare nella malsana ricerca di qualcosa che potesse, dal di fuori, placare il crescente disorientamento: il “tecnico”, l’esperto a cui delegare la ricerca della soluzione.
Esistono ovviamente altre ragioni di natura più razionale, come quelle di ordine economico e politico, alla base di questa scelta, ma le decisioni e le azioni scaturiscono molto raramente da motivi razionali e consapevoli. I comportamenti umani sono molto più spesso dettati da bisogni non sempre avvertiti e che non raramente ci si rifiuta di ammettere. Può un politico ammettere, per esempio, che la sua scelta sia stata dettata dal senso d’instabilità piuttosto che da attente e lucide considerazioni sull’attuale situazione sociale e politica? Non lo farebbe mai pur di salvaguardare la propria immagine, ma forse risulterebbe più sincero e, una volta tanto, più credibile.
In altre parole, la scelta di chiamare dei tecnici a governare questo paese è in perfetta linea col sentire comune. Esiste un esperto per tutto, ormai: un esperto che si occupa del nostro corpo, della nostra anima, del tempo libero, dell’alimentazione, dei figli come degli animali domestici. Ogni piccolo momento della nostra vita potrebbe essere occupato da un tecnico che ci dice come vivere al meglio quel dato momento. Se questo è il clima generale, come poteva non essere chiamato un tecnico per risolvere una situazione così difficile come la condizione economico-finanziaria di un paese sull’orlo del fallimento come il nostro?  

Fatto sta che, purtroppo, la rotta non è cambiata. L’aumento dei suicidi di lavoratori e di piccoli imprenditori è il sintomo più evidente che il senso di sicurezza che il governo Monti, il “tecnico” di turno, sembrava aver dato è solo fittizio. La natura effimera di queste manovre politiche nascono da una mancanza sostanziale che ancora in molti si ostinano a non voler vedere.
Come si può pretendere, cioè, di trovare la soluzione di problemi di grande complessità senza innescare una sincera ricerca su quali siano i bisogni, non solo esteriori ma anche interiori, dei componenti della società che vive tali problemi?
Ecco che cosa manca: la consapevolezza delle cose reali, la saggia umiltà della presenza a se stessi. Si preferisce ancora soccombere alle apparenze, all’illusione di fare buona figura a livello internazionale, all’impulso di correre dietro a ciò che può placare il senso di insicurezza e di disorientamento, invece di guardare finalmente le cose così come realmente stanno e di tenere a mente l’interconnessione tra tutti noi dando origine a motivazioni più ampie.
Si preferisce continuare ad essere influenzati da alleanze politiche, dagli interessi di questa o di quella lobby o, più semplicemente, dai propri meri interessi personali, invece di innescare un processo politico nuovo, più consapevole, sostenuto da una ricerca intelligente che affianchi la dedizione al “bene comune”, ossia il benessere di ogni individuo come dell’intera società.
Si preferisce, infine, continuare a distorcere o addirittura negare lo stato delle cose, il che equivale alla pratica della dissimulazione o della vera e propria menzogna, invece di cominciare ad osservare la propria contrazione mentale e di abbandonarsi, finalmente e fino in fondo, al potere dell’onestà e della sincerità.

Ecco, quindi, apparire nuovi fronti di lotta politica: tra chi, mosso solo dai propri interessi personali e quindi già fuori di sé, continua ad aggredire chiunque rappresenti un ostacolo alla soddisfazione di tali interessi, e chi, presente a se stesso, non perde in equanimità e chiarezza e risponde primariamente alla propria dedizione al bene comune.
Si tratta di due processi completamente diversi, che procedono con passi diversi verso direzioni diametralmente opposte e il futuro dell’umanità ha già scelto da che parte stare. 

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